Pubblicato su www.cattolici.net        lunedi 24/7/06             HOME

Problemi e società

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UNA MADRE PALESTINESE

 

di Giovanni De Sio Cesari

 

 

 

 

 È stata pubblicata da sito web  “The bridge “ una lunghissima lettera scritta da una non meglio precisata giovane donna palestinese, una studentessa. Si tratta di una lunga descrizione della situazione angosciosa in cui vengono trovarsi  i palestinesi nella tragica ed infinita lotta contro gli Israeliani.  Non intendiamo entrare nel merito della questione ne di attribuire ragioni o torti  alle due parti in lotta, non sarebbe questa la sede. Vogliamo invece sottolineare un passo, solo qualche rigo che ci ha particolarmente colpiti e che ci pare  una chiave di lettura di tutta la tragica vicenda  palestinese.

 L’autrice sta esaminando  la possibilità che anche le donne palestinesi possano ricevere  un addestramento militare e possano combattere  e aggiunge:

 

“Sì! Sarebbe un grande onore combattere per il mio
paese!
Sì! Come vorrei che ci fosse l'opportunità di ricevere
l'addestramento militare come fanno le donne
israeliane. NON SONO ANCORA SPOSATA, MA SPERO CHE UN
GIORNO AVRÒ UN FIGLIO CHE DARÀ LA VITA PERCHÉ IL
NOSTRO PAESE POSSA ESSERE LIBERO”

 

La ragazza non crede di poter partecipare alla lotta armata : allora si ritaglia un ruolo: un giorno si sposerà, avrà un figlio e lo educherà affinché dia la vita nella lotta armata

Io no so se l’autrice si renda conto effettivamente conto di quello che dice. Come si può pensare di generare un figlio , allevarlo, educarlo e sperare che muoia nella lotta armata. Quale abisso di odio ha preso radici nel paese dove Gesu predicava l’amore anche per i nemici .

 Eppure si tratta di una testimonianza : anche se la lettera fosse un falso pur tuttavia essa riproduce lo stato d’animo vero di molte donne  palestinesi .

Ricordo anche un altro caso documentato dalla TV di una madre che mostra incessantemente al figlio la video-cassetta in cui si vede il padre commettere  un attentato suicida: chiaro, irresistibile invito al figlio a fare altrettanto. D’altra parte incessantemente scuola e mass media palestinese presentano ed esaltano  le figure di attentatori suicidi

 In questo modo l’odio,il desiderio di vendetta si trasmettono da una generazione all’altra, incessantemente, implacabilmente  Ormai  siamo gia alla terza generazione: gli attuali combattenti soni i nipoti di quelli che parteciparono alla prima guerra arabo- israeliana del 48.

 Eppure malgrado la complessità della situazione la soluzione del conflitto è chiara, inevitabile : la formazione di due stati sovrani e indipendenti e possibilmente in collaborazione. Non c’è altra soluzione in nessun caso: gli arabi non possono distruggere Israele  non solo perchè questa ha una predominanza militare (al limite potrebbe anche  perderla ) ma perchè comunque gli Occidentali non lo permetterebbero. Neppure  gli israeliani possono effettivamente avere successi miliari decisivi di fronte a uno sconfinato mondo arabo ed islamico parte del quale d’altronde ha solidi legami di alleanza e di amicizia con gli stessi Americani che sono poi il maggiore alleato   

In genere i conflitti hanno  una soluzione, dei vincitori e dei  perdenti.

Ma nel caso della Palestina non si vede quale soluzione ci possa essere tranne l’unica, che tutti indicano, della formazione di due stati. E quindi l’alternativa è solo e semplicemente quella di trasmettere la guerra da una generazione all’altra.  Secondo le terribili parole della ragazza palestinese le madri generano i figli perchè possano continuare  la guerra:  destino terribile per ogni israeliano o arabo che nasce in Palestina.

Perchè allora non si adotta l’unica soluzione possibile? Non vi è una risposta razionale: solo l’odio sormonta, dilaga, si approfondisce avvelena le coscienze perfino il più bello dei sogni di una ragazza : avere un figlio.

 Se solo si riuscisse a dominare, a circoscrivere questo odio i  problemi concreti che pure non mancano diverrebbero dettagli che si supererebbero al tavolo delle trattative  .

 Ma se esso persiste chiunque vincerà la attuale guerra in Libano  non potrà che prepararsi per la prossima guerra , inconcludente come l’attuale e come  tutte le altre che l’hanno preceduta

E un problema etico più che politico: ma forse in ogni vicenda politica è sempre cosi

 

 

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