Pubblicato su www.cattolici.net   lunedi  14/2/2005               HOME

Problemi e società

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 IL CASO ERIKA

di: Giovanni De Sio

 

l caso di Erika, colpevole di uno dei delitti più feroci e immotivati che la cronaca ricordi e dopo qualche anno messa in pratica in libertà, desta nell’opinione pubblica “sconcerto”, come si usa dire. Se il delitto di Erika è in qualche modo atipico, incomprensibile ancora maggiore “sconcerto” si ha per il caso di mafiosi, violentatori di bambini , assassini efferati che, in sostanza, scontano soltanto una piccola parte delle pene, già in effetti abbastanza miti alle quali sono stati condannati. Certo possiamo anche pensare ad errori di singoli magistrati e ve ne possono essere effettivamente ma la frequenza dei casi ci induce a pensare che esiste un motivo di fondo da evidenziare . Nel diritto penale storicamente noi abbiamo due posizioni o meglio due polarizzazione a seconda che la pena venga vista soprattutto come reintegrazione della giustizia violata (concezione classica) o come mezzo di rieducazione (concezione della prevenzione) Nella prima concezione, pur nella consapevolezza che vera giustizia è solo una Giustizia Superiore, tuttavia la giustizia umana è vista come un riflesso di essa, pur nella sua fallacia e approssimazione. Se un uomo ha commesso il male è giusto che sopporti una pena adeguata . Questo principio presuppone una concezione filosofica secondo la quale l’uomo fondamentalmente è libero e quindi è responsabile personalmente di quello che fa, tranne casi circoscritti di follia o comunque di incapacità psichica Nella seconda polarizzazione invece si ritiene che la pena debba avere lo scopo di “rieducare” in quanto la causa del male ha origine nell’ambiente non nell’individuo. In realtà non si ritiene che l’uomo sia libero e quindi veramente responsabile di quello che fa: la vera causa dell’azione viene rintracciato in altro : la violenza della società. l’eccessiva competitività, le ingiustizie sociali, le frustrazioni infantili: legioni di psicologi e sociologi sono pronti a fornire spiegazioni, a volte anche contraddittorie e stravaganti , seguendo la ideologia di ciascuno. Coerentemente quindi la pena non avrebbe senso se non come mezzo per “ ricondizionare “ l’uomo secondo i parametri richiesti dalla società. Pertanto dopo un certo periodo il reo anche dei più infami delitti va reinserito nella società Noi non neghiamo che questa visione del pena sia suggestiva e che abbia anche forti motivazioni etiche e sociali Ma da un punto di vista cristiano noi siamo profondamente convinti del fatto che ciascuno è sostanzialmente arbitro e quindi RESPONSABILE delle proprie azioni. Certo l’ambiente può esercitare il suo influsso negativo o positivo di cui è pure doveroso tener conto: ma non possiamo deresponsabilizzare l’individuo cercando fantasiosamente cause che avrebbero poi agito solo su qualche individuo e non su altri al di la di ogni principio di causalità. Possiamo ritenere che sia proprio la tendenza di far ricadere sull’ambiente ogni e qualsiasi colpa commesso dal singolo e creare un clima in cui tutto alla fine diventa lecito perché poi ciascuno di noi non è responsabile: in effetti però noi osserviamo che i primi a non credere a certi sociologismi siano propri gli autori dei crimini i quali usano quelle teorie a propria esclusivo tornaconto ma non ci credono affatto. I peggiori criminali affettano pentimenti, imparano a recitare come attori consumati e ingannano distanti giudici e ingenui operatori sociali ottengono benefici, escono si mettono a delinquere nuovamente consapevoli che poi per male che vada, se proprio una corte fra mille difficoltà e cavilli, fra prescrizioni e amnistie riesce a condannarli poi la pena non si sconta veramente. Questo non vuol dire che non si debba mirare al pentimento: tutt’altro ma il vero pentimento, la consapevolezza del male che si è fatto, se è vera, non richiede sconti di pena anzi assume la pena come un mezzo di redenzione perchè non vi è vero pentimento senza accettazione dell’espiazione. Ci viene in mente il caso di quel capo mafioso che colpito dalle veementi parole del Santo Padre che invitavano i mafiosi a redimersi è entrato in crisi esistenziale e religiosa, si è veramente pentito e sta scontando la sua pena in carcere senza chiedere nessuno sconto. Se volessimo essere veramente coerente con l’idea che una persona non è responsabile di quello che fa dovremmo allora escludere qualunque pena. Di fronte a un reato dovremmo semplicemente affidare il reo a una qualche istituzione che dovrebbe rilasciarlo quando fosse riuscita a recuperalo, senza limite di tempo : ma non esistono istituzioni del genere non perchè non siano state istituite ma semplicemente perché l’uomo non è macchina un pò più complicata delle altre ma perché l’uomo è persona, è libertà è responsabilità

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